Una questione di lana caprina

Perché la gente racconta storie?

Perché c’è qualcuno che ha voglia di ascoltarle.

E perché la gente le scrive, ‘ste storie?

Affinché, se ti vien voglia di ascoltarne una, non occorra aspettare che qualcuno te la racconti: te la vai a cercare. E se ne trovano, di storie, e, a furia di leggerne, alla fine ne conosci così tante che, se qualcuno viene e te ne racconta una, tu l’ascolti già sfiduciato e, quando è finita, ti lasci cadere (su cosa, materialmente, non ha importanza, purché non offra sostegno lombare) e, affondando nella noia, sospiri: “Sì, questa l’ho già sentita”. Ci affondi e ci affoghi, nella noia, ci muori. Non sei morto letteralmente, ma è come se lo fossi: la vita non ti offre più alcuno stimolo e tu te ne stai lì, senza uno straccio di sostegno lombare, a fissare il vuoto. Ma se in te sussiste ancora un barlume di memoria e questo, a un certo punto, balenando in fondo alla tua mente, ti ricorda che, al mondo, di stimolante, non ci sono soltanto le storie, ma che, altrettanto, se non di più, hanno da offrire, il sesso, la droga e il rock and roll, allora, risorgi… e ti dai alla scienza. Perché, riacquistata la piena lucidità, ricordi anche chi sei. Che cosa sei. Un topo di biblioteca: ecco cosa! Che devi stare un po’ calmino: dove ti credi di andare? La scienza sarà quel serbatoio inesauribile di cui la narrativa non ti offriva altro che un miraggio. Perché questo è il fine che perseguono gli scienziati, a questo servono: non a far progredire l’umanità, bensì ad ammazzare quella noia che, peccando di presunzione, non ha voluto sprecarsi nel darci il colpo di grazia. Ma la scienza stanca e, dopo una dura giornata di lavoro, a uno scienziato, gettato in un angolo il suo sostegno lombare, ironia della sorte, viene voglia proprio di un po’ di noia. E, affinché anche la vista abbia la sua dose, libera di spaziare al di là degli asfittici confini di un grafema, che lo costringerebbero a concentrarsi, si guarda un film. Bello? Brutto? Lo stabilirà soltanto quando il film sarà finito e a condizione di essere in compagnia. E, al mero scopo di polemizzare con gli altri e primeggiare su essi, abbandonandosi al raffinato ed elegante godimento di un cazzeggio pseudo-colto, inizierà a disquisire a sproposito di fotografia e di altri aspetti tecnici di cui non ha la minima nozione in attesa di potersi giocare la carta, se ce l’ha… del libro. Sì, perché, dietro ogni film che si rispetti, non è raro che ci sia un libro: il libro da cui il film è tratto. E non sia mai che, giunta l’occasione di citarlo, lo scienziato debba fare la figura tapina di restare senza parole. E, col libro, il cerchio si chiude: si era partiti con la voglia di raccontare storie e si è approdati, passando per un moto di ripulsa da indigestione letteraria, allo stesso punto da cui si era partiti. Ma con una differenza: se, all’inizio, le storie servivano a combattere la noia; adesso, si ricorre ad esse per alimentarla.

Ma per quanto il costume di raccontare storie possa avere le cause più disparate, ognuna delle quali, tutt’altro che esauriente, si rivelerebbe, a sua volta, facendo collassare l’entusiasmo di chiunque la insegua, non essere altro che l’adito a filoni inesauribili di cause delle cause che appassionerebbero soltanto un bambino nell’età dei “perché?”, si tratta, tuttavia, di un fenomeno che trovo ozioso e inconcludente (oltreché un’ammorbante seccatura) sviscerare, apparendo, a me come (credo) a chiunque dovesse venire il ghiribizzo di prenderlo in esame, come una sorta di assioma: assolutamente naturale; qualcosa la cui ragionevolezza è evidente e, se anche fosse possibile dimostrarla (e non è possibile), non necessita di alcuna dimostrazione.

Ciò di cui non riesco proprio a capacitarmi, piuttosto, è: “Perché la gente scrive poesie?”.

“Affinché, se ti vien voglia di ascoltarne una, tu non debba aspettare che qualcuno te la racconti”, mi si potrebbe rispondere.

Ma non vi accorgete di quanto suonino impropri i verbi “ascoltare” e “raccontare”, se riferiti alla poesia? Una poesia non la si può semplicemente ascoltare, perché l’udito è inadeguato alla sua percezione: la poesia va sentita. Né la si può raccontare, perché il suo oggetto non è una storia, alla cui rappresentazione le parole sono funzionali: oggetto della poesia, sono, le parole stesse.

Ma, allora, che si fa? Attraverso quale azione una poesia può essere comunicata? La si recita?

Sì, in un certo senso, perché la poesia non può essere semplicemente detta. Le cose che la poesia dice o, meglio, quelle che le sue parole direttamente esplicitano, il più delle volte, sono talmente banali, perché arcinote e di una decerebrante evidenza, da non potersi aspettare di rimando niente di più che uno sbadiglio: necessitano, perciò, d’interpretazione. Ma la poesia non può essere neanche semplicemente recitata, perché la recitazione, come stile interpretativo, è troppo realistica: più adatta alla prosa. No, la poesia va declamata. E la declamazione può consistere, certo, nel modo in cui si usa la voce, ma soprattutto è resa dalle parole. Le parole della poesia devono urtare contro i nostri sensi, scuoterci, turbarci, indurci a volgere ad esse il nostro sguardo, solitamente apatico, e, interdetti, considerarle con più attenzione e, chiedendoci se, per caso, non siamo alla presenza di un pazzo, fare appello al nostro sentire.

Ma perché importunare la gente con delle banalità? C’è qualcosa di sadico o, quantomeno, truffaldino nell’indurre qualcuno, con l’inganno di belle parole, a prestare la propria attenzione a qualcosa che ha già ricevuto, soverchiamente e quando già ne era indegna, la dose di energia e di tempo necessaria per essere acquisita. Che cosa vuole la gente dalla gente? Quante volte dobbiamo ancora sentirci dire che la luna è bella e luminosa e, così triste e sola lassù, ispira sentimenti romantici e rende inclini alla malinconia?

Innanzitutto, le parole della poesia non sono necessariamente belle né devono esserlo. Possono esserlo le immagini da esse evocate (sebbene neanche queste debbano esserlo per forza), ma che siano belle, brutte o senza infamia e senza lode, poco importa perché, tanto, non è su di esse che le parole mirano ad attirare l’attenzione. Le immagini (o, se non le immagini, i fatti; o, se non i fatti, i concetti) che le parole illustrano non sono altro che un pretesto, per la poesia. Quindi nessuno vuole importunare nessuno con delle banalità, almeno non con la poesia. Anzi, dirò di più: mi azzardo a sostenere che, quando si tratta di poesia, nessuno vuole niente da nessuno. Perché siamo tutti poeti, ma, di poesia, nessuno vuole più saperne. Nessuno si ferma più ad ascoltare chi declama né ci sono più posti deputati alla declamazione. Se non la strada, dove ogni poeta può inseguire il proprio pubblico (che si terrebbe alla larga da qualsiasi altro posto, sapendolo onorato dalle di lui performance) e, da esso, essere lasciato indietro e, dove, nessun poeta declama, se non vuole che la propria voce risuoni come l’isolato e inarticolato stormire della follia, vieppiù smorzantesi nel fitto e frenetico viavai di un progresso cieco e dilagante. E nessuno legge più poesie, eppure non c’è casa in cui non ci sia un cassetto (o più di uno, a seconda di quanti componenti annoveri il nucleo familiare ivi abitante) stipato di cimenti poetici.

Ma, allora, perché si continua a sfornare poesie? Chi glielo fa fare alla gente, se non c’è un “chi” per cui farlo?

Premesso che un “chi”, inteso come “gli altri”, c’è comunque, se non concretamente, almeno come speranza (sotto sotto e, magari, così umilmente da non avere, ipocritamente, il coraggio di confessarlo neanche a se stesso, ogni poeta aspira irragionevolmente alla gloria, ma una gloria che non avrebbe nulla da invidiare alla clamorosa quanto effimera popolarità di una star dell’hip pop o, accontentandosi, alla gloria eterna di una rockstar), il “chi” e il poeta possono anche coincidere, ovvero uno può poetare anche solo per se stesso.

E chi glielo fa fare a uno di poetare solo per se stesso?

Nessuno. Più appropriato sarebbe, in questo caso, domandare “cosa”: cosa glielo fa fare a uno di poetare solo per se stesso?

Per rispondere a questa domanda, bisogna innanzitutto, e forse è anche sufficiente, che io spieghi cosa intendo per “sentire”: non cosa s’intende, ma cosa intendo. Ritengo, infatti, doveroso precisare, prima di procedere e qualora non si fosse già capito, che le idee strampalate esposte in questa dissertazione sono assolutamente gratuite, esagerate e prive di ogni fondamento scientifico. Per cui, se qualcuno, imbattendosi in esse, nell’apprenderle, si dovesse ritenere edotto su un qualsivoglia argomento che non sia la mia idiozia, sbaglierebbe: tuttalpiù, potrebbe prenderle come spunti di riflessione, il che equivarrebbe pressappoco al valore che io do ad esse. Non sarei onesto se le spacciassi come un semplice pretesto per dare sfogo alla mia creatività letteraria, ma devo altresì confessare la mia impotenza difronte al rigore scientifico che l’affermazione di un’idea richiederebbe. Tuttavia, ce n’è una che non ho ancora esposto, ma che mi ha spinto ad iniziare questo lungo sproloquio, e che vorrei venisse presa in considerazione un po’ più seriamente delle altre (e chissà che non sia già stato fatto; dopotutto, sono così ignorante che anche la più banale delle idee può apparirmi geniale): ovvero la sensazione che la poesia sia una questione d’interesse più antropologico che letterario. Ma la butto lì e lascio che sia chi di competenza a decidere se sia il caso di raccoglierla o meno.

Cosa intendo per “sentire”.

Ho anticipato che l’udito è inadeguato alla percezione della poesia. Va da sé che, se la poesia va sentita, l’atto del sentire non possa essere una funzione espletata con le orecchie. E, se le orecchie, nella fattispecie, sono inutili, figuriamoci gli occhi. È vero che ho detto che oggetto della poesia sono le parole stesse, ma, anche volendo contemplare questa affermazione come eccezione alla sfilza di cazzate contenute in questo testo, resta il fatto che, con le orecchie, si può sentire (e, con gli occhi, leggere) soltanto ciò che le parole dicono, non ciò che le parole sono. Ed è ciò che le parole sono, quello che l’atto del sentire deve farci percepire (altra cazzata). Ma, se questo è lo scopo, allora, l’atto del sentire deve avere a che fare con le facoltà intellettive… ma quale, nello specifico? Non l’intelligenza: non possiamo servirci dell’intelligenza perché la logica ci ricondurrebbe inevitabilmente al senso delle parole. Né ci si può servire dell’immaginazione, e non solo perché le immagini evocate dalle parole non sono ciò su cui esse vogliono attirare la nostra attenzione, ma anche perché, se, attraverso l’immaginazione, si scava dentro se stessi per ricostruire quello che un testo descrive, con l’atto del sentire, invece, si cerca di captare qualcosa al di fuori del nostro essere, ma che risuona nelle parole e, se interiorizzata (ovvero se riusciamo a sintonizzarci con le vibrazioni delle parole), permette al nostro spirito di elevarsi a un livello di coscienza superiore. All’immaginazione, si può ricorrere quando vogliamo raffigurarci una storia, e il risultato è qualcosa di personale (perché si attinge dalla propria memoria e s’impiega la propria creatività), quindi relativo, e determinato: non c’è facoltà più appropriata per approcciarsi all’ascolto o alla lettura di un racconto; è perfetta. Ma ciò che la poesia comunica è qualcosa di assoluto e ineffabile.

E l’immaginazione non serve, l’intelligenza neanche, vista e udito sono inutili, escludiamo tatto, gusto e olfatto nei quali, considerata la sorte toccata agli altri sensi, sarebbe ancora più assurdo voler cercare una qualche funzione in rapporto alla poesia… che cosa resta? Ci sono altre facoltà intellettive da prendere in esame? Insomma, con quale dannato mezzo si espleta questo stramaledetto atto del sentire? Col sesto senso?

Sì… in un certo senso (e chiedo venia per il gioco di parole; ma, se possibile, sto per spararla ancora più grossa). Il senso deputato all’atto del sentire è la nostra natura di esseri umani. Ovvero (e questo è ciò che, almeno personalmente, intendo per natura umana) una sorta di senso religioso: la capacità di sentire che le cose, prese singolarmente o nell’insieme, siano o abbiano in sé molto di più di ciò che appare. Questo senso religioso non implica necessariamente che uno debba credere nell’esistenza di una qualche divinità, quel di più che si nasconde dietro le apparenze è intrinseco dell’evoluzione a cui, di tanto in tanto, va incontro la nostra visione della realtà e che circonda quest’ultima di un’aura che espande il suo semplice carattere materiale e funzionale. Più che di una sensazione, si tratta di un presentimento: l’aura è immateriale come un concetto, ci illumina come un’idea rivoluzionaria, ci investe col suo carattere rivelatorio… eppure non ci rivela un bel niente; qualcosa che resta invisibile come una presenza spettrale, ma il cui impatto su di noi, proprio come nel caso di una presenza spettrale, non è meno circostanziale e condizionante di una qualsivoglia presenza materiale. E questo qualcosa, che non possiamo rappresentarci con nient’altro che la sensazione (o presentimento) inattesa e disarmante, nella realtà o al di là di essa, della sua attualità, pur non svelandosi, è in grado di incantarci. Non sappiamo cosa sia né c’importa di saperlo o, meglio, possiamo tranquillamente rassegnarci a farne a meno (forse, neanche esiste; forse, non è altro che un riflesso della nostra stessa natura), eppure, senza quel qualcosa, magari saremmo comunque consapevoli di quanto il mondo o l’universo siano belli e terribili, ma questa consapevolezza non potrebbe commuoverci, ci lascerebbe indifferenti, né troveremmo alcun interesse nell’interrogarci sul senso della vita o su altre questioni esistenziali (che considereremmo, invece, oziose): mancherebbe la scintilla necessaria.

Inteso, quindi, il concetto di “sentire” (o, meglio, ciò che io intendo per sentire) e volendolo fare proprio, chiunque si fosse posto la domanda “Cosa glielo fa fare a uno di poetare solo per se stesso?”, ricorrendo ad esso, potrebbe rispondere: “La sua natura di essere umano”. Rinunciare a poetare significherebbe rinunciare ad essa: smettere di coltivare la poesia, distaccarsene, potrebbe farci decadere allo stato di bestie. Non bestie nel modo innocente e, tutto sommato, innocuo in cui lo sono gli altri animali, ma in quello infido e apocalittico in cui può esserlo un uomo: un animale dotato di intelligenza e immaginazione, doti con le quali si possono fare danni infinitamente più gravi di quelli che muscoli, zanne, artigli o aculei pieni di veleno potrebbero causare (e si consideri anche che, dopotutto, qualsiasi altro animale, nel produrli, non farebbe altro che seguire il proprio istinto: l’essere umano, le proprie aberrazioni). Se un uomo divenisse ateo, potrebbe, forse, perdere la propria anima (o, meglio, quella che lui giudicherebbe essere l’illusione di possederne una) e, tuttavia, conservare o acquisire una sensibilità poetica, ovvero il senso religioso della realtà nella sua variante letteraria: quello stesso senso di cui, prima, ho fornito un’accezione personale, ma che sono convinto non possa essere tanto difforme da quella ravvisabile in intellettuali ben più grandi e nobili del sottoscritto (che osa definirsi intellettuale solo a condizione che un individuo misconosciuto, piccolo e ignobile possa ritenersi tale), i quali, pur non credendo in Dio, professano, ogniqualvolta si rapportano alla realtà, sentimenti che, senza indagare sull’origine e il senso del complesso delle cose che la formano, presentano caratteri affini a quelli di un qualsivoglia culto religioso. Ma se l’anima dev’essere espressione di quelle nevrosi che, insieme a un intollerante e intransgente fanatismo, spesso, si associano alla fede in un Dio, allora, è meglio perdere questa, piuttosto che la sensibilità poetica. La poesia sfuma i contorni delle cose e delle idee conciliando il mondo con il nostro bisogno inconscio di catarsi, rendendolo un elemento in cui, sgravati di noi stessi, amorali e innocenti, possiamo venirci incontro senza mai arrivare a scontrarci. Anche nella poesia, la nostra natura di esseri umani ci fa presentire qualcosa di invisibile, indeterminato e ineffabile che ci incanta e ci commuove, ma, nel suo caso, la realtà si riduce alla poesia stessa e, le cose, alle parole. Poi, i nostri sentimenti, non riuscendo ad afferrare ciò che si nasconde nelle parole, si trasferiscono su ciò a cui le parole fanno riferimento: immagini, concetti o idee che, senza l’ausilio delle parole, ci annoierebbero per la loro banalità, o perché ormai inflazionati o troppo ridondanti. Ecco perché, esagerando (lo ripeto e, questa volta, fiducioso di accattivarmi così l’indulgenza di quanti hanno seguito fin qui il filo illogico del mio ragionamento, faccio anche ipocritamente mea culpa), sostengo che, oggetto della poesia, sono le parole stesse, perché sono esse a fare la differenza, esse, in ultima analisi, si rivelano essere le principali responsabili delle emozioni che proviamo ascoltando o leggendo, ops!… Pardon! “Sentendo” una poesia. E, paradossalmente, una poesia potrebbe anche non dire niente, non solo complessivamente, ma addirittura non fare balenare alla nostra immaginazione niuna frase di senso compiuto o che le sia familiare, purché sia composta di parole o, a voler abusare della comprensività di quanti si sforzano di nutrire il pubblico della poesia, anche soltanto fonemi inarticolati o silenzi: suoni, articolati o non, o silenzi che, però, offrano il presentimento di quel qualcosa di cui la natura umana possiede la prerogativa. E questo qualcosa, nello specifico, essendo le parole, o qualunque altra cosa ne faccia le veci, un parto dell’uomo, pur conservando le caratteristiche dell’invisibilità e dell’ineffabilità di ciò di cui, in generale, si può avere il presentimento nella realtà che ci circonda (e riguardo a cui ho subdolamente insinuato quanto, invece adesso, sto per sostenere con aperta presunzione), è individuabile nella natura umana stessa.

Ma mi rendo conto di essermi un po’ perso: ho risposto alla domanda? Ho chiarito una volta per tutte cosa glielo fa fare a uno di poetare solo per se stesso?

Vediamo… Riepilogando (e, forse, anche integrando), la risposta è: la natura di essere umani. In buona sostanza, si è spinti da essa e, dalla stessa, si è attratti. La poesia ci permette di vivere appieno le nostre emozioni, di godere della bellezza della vita e soffrire la fatica di esistere (incantati e atterriti al cospetto dell’universo, persi nelle nostre astrazioni, sopraffatti e temprati dalla nostra fragilità, schiacciati come microbi dal passo cieco di una natura altera e nemica) e di farlo entrando in connessione con se stessi, commossi dalla grandezza dell’essere umano, dalla sua genialità, capace di intuire la perfezione e, con solo poche essenziali pennellate, darle un volto unico e, ogni volta, diverso, nuovo. Una perfezione che le macchine possono a malapena approssimare, accumulando dati su dati (che, forse, possono metterci un po’ in soggezione per la loro sontuosa magnificenza, ma che, alla fin fine, non ci procurano altra emozione che un senso subdolo d’indigestione), e che, invece, rende l’uomo un essere speciale, un eletto: prerogativa alla quale, tuttavia e purtroppo, ci stiamo vieppiù disabituando, pronti ormai a rinunciarvi e a consegnare la perfezione all’oblio, a sostituirla con quella nausea a cui, pian piano, stiamo facendo la bocca.

Sono stato abbastanza esauriente?

Forse sì, ma spero di aver puntualizzato a sufficienza quali siano il valore e l’intento di questo scritto per non essere preso troppo sul serio. Anche perché, a questo punto, proprio quando, archiviato tutto, dovrei preoccuparmi soltanto di trovare una formula di chiusura e ritirarmi con dignità, un dubbio mi assale: ciò di cui ho sproloquiato sin qui è effettivamente quel genere letterario comunemente noto sotto il nome di poesia e riconoscibile alle masse (di cui mi picco di far parte) per la suddivisione in versi o qualcos’altro a cui ho affibbiato quel nome, ma che, poesia, non è? No, perché, diciamocelo francamente, io, di poesia, non c’ho mai capito un cazzo. La metrica, le rime, i piedi, le mani e chi più ne ha più ne metta, non so nemmeno dove stanno di casa, eppure sono tutti fattori che hanno accompagnato la poesia per millenni determinandone la struttura e caratterizzandone le sembianze un po’ come farebbe il DNA per un essere vivente. Forse, addirittura, la poesia nasce da quei fattori: non esisterebbe, se qualcuno, di cui si è persa memoria e chissà quando, non avesse ideato le leggi che la governano, magari senza neanche prevedere il fenomeno che ne sarebbe nato nel momento in cui quelle leggi (che egli considerava in sé e per sé e aveva ricercato inseguendo un ideale di bellezza, armonia e perfezione fine a se stesso e, di cui, è rimasto l’unico a conoscere il vero valore) avessero iniziato ad operare nella mente dell’uomo e a plasmarne i pensieri. Forse, quei fattori, invisibilmente, sono adottati ancora al giorno d’oggi da chi, poeta, può ritenere di esserlo degnamente e sa veramente come poetare e determinano, laddove io non vedo altro che scelte arbitrarie, una struttura consapevole.

Ma, se ciò su cui verte il mio sproloquio è altro, cos’è esattamente?

Esattamente, si può dire soltanto cosa sia la poesia, ma il sottoscritto non ha le competenze per farlo né mi ci proverò così, al mero scopo di sollazzarmi con un po’ di cazzeggio: quello di cui mi occupo io è ineffabile, qualcosa a cui, per chi come me non capisce niente di poesia, la poesia si assomma. Ma, se è vero, come ho avuto il barbaro coraggio di sostenere, che erompe dalla natura di esseri umani e, su di essa, spande i suoi lapilli per possederla, allora, questo qualcosa c’era già quando la poesia era ancora di là da venire e ci sarà anche dopo, quando l’umanità, reduce da un qualche cataclisma o disastro nucleare, si sarà abbrutita a tal punto da perdere tutto il proprio sapere. E accadrà, prima o poi, perché, come si suol dire quando si chiacchiera familiarmente di simili eventualità, stiamo sotto il cielo, ma, soprattutto, siamo esseri umani e, finché non sopravverrà il cataclisma, ci sarà sempre tempo per un bel disastro nucleare. Ma, relativamente, in quanto branca del nostro sapere, una poesia è imperitura: anche se partorita agli albori dell’arte di far versi, troverà sempre qualcuno in grado di capire come e perché è stata composta. Il mio qualcosa, invece, disancorato dal tempo, da cui non prende in prestito nulla, né forme né temi né spirito, e, quindi, culturalmente irrilevante, scarto della coscienza di sé e inadatto all’edificazione di una coscienza storica, è effimero, nasce e muore nella mente di chi lo concepisce: il suo senso dura un istante, si trasforma nelle orecchie di chi ascolta (o legge, se quel qualcosa viene trascritto, anche se chi legge e chi scrive sono la stessa persona). Effimero perché effimero è anche il suo frutto, il suo unico frutto: il piacere. Un piacere che reca sollievo all’anima e subito dimenticato: il piacere che deriva dall’elevazione spirituale e dall’introiezione delle cose e del nulla. Un piacere che me ne fa venire in mente un altro: simile, sotto alcuni aspetti. Anch’esso è effimero: reca sollievo (al corpo, però) e non ci si pensa più, se non quando ritorna necessario. Il piacere che deriva dalla masturbazione. E questo accostamento mi suggerisce un’idea.

Su cosa verte esattamente il mio sproloquio?

Non lo so. Ma, fermo restando che la sua definizione si perde nel caos dello sproloquio anzidetto (a cui rimando quanti volessero tentare la vana impresa di approfondire), a questo punto, però, posso almeno dare un nome ai prodotti di questa sorta di masturbazione mentale o, meglio, a quelli che, come nel mio caso, riflettono velleità artistiche e che mi preme identificare per non dover ancora abusare impropriamente di altri nomi (il che mi consentirebbe di inquadrare una volta per tutte i miei cimenti pseudopoetici). Se si immagina il parto di queste opere d’arte come un processo eiaculatorio e non essendo altro, l’eiaculazione, se non l’atto finale di una seduta masturbatoria, che, come è noto, pur istruendo i suoi girini nella caccia all’ovulo, deve rassegnarsi a vederli perire schiantati contro un foglio di carta (solitamente un fazzoletto o un tovagliolo), un nome come “schizzi d’inchiostro” dovrebbe apparire abbastanza appropriato, soprattutto se si parte dal presupposto che chi ha delle velleità artistiche desidera che le proprie opere abbiano un’esistenza indipendente, una forma e una sostanza che, per sussistere, non debbano chiedere alla sua volontà sforzi supplementari oltre a quello iniziale della creazione, desiderio che, nella fattispecie, implica una trascrizione: anche per gli spermatozoi sguinzagliati in questo specifico atto creativo, il muro che taglia loro la strada è di carta; ciò che cambia è soltanto la materia di cui lo sperma è fatto, ovvero d’inchiostro. O, in alternativa, e per richiamare il colore tradizionalmente usato nella stampa, più appropriato ancora di “schizzi d’inchiostro”, potrebbe risultare, forse, “schizzi di china”. O, meglio, (perché no? Si perdoni l’ardire di un povero ignorante di coniare un neologismo), “schizzichini”. E, per il genere in cui questi parti letterari andrebbero a confluire, “masturbasia”, tenuto conto, nella scelta della desinenza, della pretesa affinità degli schizzichini… anzi, “schizzichinie” o “schizzichie” (ormai, mi sono fatto prendere la mano) con la poesia.

Stabilito il nome, credo che continuerò ad adottare, per riferirmi alle mie pseudopoesie, espressioni generiche e criptiche come “le mie cose” (un po’ come farebbe una donna parlando delle proprie mestruazioni e, forse, anche con l’intenzione di giustificarmi per qualcosa che m’imbarazza presentandola come un fenomeno fisiologico, inevitabile e necessario, attraverso il quale, ciclicamente, l’anima si resetta per rinnovare il suo tentativo di compiere un atto che possa degnamente classificarsi come creativo) o, anche, in barba alla lunga disamina che, tra il serio e il faceto, mi ha condotto sino a questo punto e che dovrebbe indurmi, assalito da una sorta di timore reverenziale, ad astenermene, la parola “poesia”, ma con rassegnazione (come uno che sia stato messo con le spalle al muro e a cui non resti altra alternativa che quella di commettere un illecito), sguardo basso e un fil di voce.

Ah, ma perché non mi sono limitato a confessare di avere un dubbio? Era più che sufficiente, considerato che l’intento era quello di screditarmi. E, invece, no, l’ho voluto sviscerare e, al dubbio di un uso improprio della parola “poesia”, ho finito per sostituire il dolo di un abuso consapevole. E dire che, se volessi essere sincero fino in fondo, la mia confessione, di dubbi, potrebbe inanellarne una lista infinita perché, da ogni dubbio che si schiude, ne salterebbero fuori altri sotto forma di boccioli pronti a schiudersi a loro volta e a liberare altri dubbi, ma quanto mi dilungherei ancora? Davvero, non ho niente di meglio da fare? Ma, del mio tempo (che potrebbe anche non avere alcun valore), sono libero di fare quello che mi pare. Una questione che, invece, non ammette né elusioni né dilazioni è: quanto ancora posso approfittare della condiscendenza di quanti vorranno porgermi la loro attenzione? Per decontrarre quell’attenzione e far sì che si dissolva in una condiscendenza pure semplice, sarebbe sufficiente che, della lista infinita di dubbi anzidetta, accennassi giusto qualche esempio, e senza spingermi oltre l’accenno. Un esempio l’ho già fornito e, purtroppo, anche ampiamente illustrato e, cruentemente e sadicamente, sviscerato. Un altro potrebbe essere: nel momento in cui entro in connessione con me stesso, avviene in me una fusione tra due distinti soggetti o uno sdoppiamento? Sarei quasi tentato di rispondere che i soggetti siano due e tali rimangano e che ciò che avviene tra loro sia una sorta di comunicazione, un dialogo muto, fatto di sguardi e di carezze, attraverso il quale condividono emozioni… ma sarebbe l’ennesima cazzata. Volendo, però, credere a questa cazzata, potrei anche chiedermi: tra questi due soggetti, la condivisione delle emozioni è equa o uno dei due fa il furbo e riesce ad accaparrarsene la porzione più grossa? Anche qui, complice la debolezza della carne, cedo alla tentazione e rispondo che la condivisione (almeno per come la vedo io) non consiste nel mettere su un tavolo tutto quello che si ha in saccoccia e tenerlo lì a disposizione di entrambi, ma piuttosto in un flusso da un soggetto inconscio, che gode e soffre, a uno conscio che prende coscienza di quel godimento e di quella sofferenza che, prima di entrare in connessione con l’altro, provava soltanto sotto forme traslate, quali tedio o inquietudini, alle quali non riusciva ad associare niente di intelligibile, ma che, una volta intese, passano attraverso la sua coscienza come attraverso il cratere di un vulcano per essere proiettate, sublimate in un senso di pace, negli spazi siderali di una coscienza cosmica.

Quello su cui, invece, non posso avere dubbi è ciò che mi ha spinto a portare a termine questa trattazione nonostante mi sia reso conto sin dai primi paragrafi che non potevo farlo con la competenza e la serietà che, all’inizio, mi proponevo: da molti anni, ormai (da diversi decenni, potrei anche affermare senza tema, considerata la mia età, di esagerare), la poesia è un argomento che mi ossessiona, non come forma di espressione artistica, ma come una questione di ordine (come ho già accennato) antropologico, e, più e più volte, ho tentato di trattarlo per poi arrendermi, dopo essermi inutilmente dimenato sotto il suo calcagno, sopraffatto ogni volta dal peso di un’impresa (così mi appariva) superiore alle mie capacità. Non potevo continuare ad arrendermi, la reiterazione di quei tentativi mi avrebbe colpito come una maledizione: dovevo portare a termine l’impresa, in che modo non importava più, purché la mia ossessione fosse archiviata una volta per tutte. E, il modo, lo si può giudicare dal risultato. Me ne posso ritenere soddisfatto? Mah, se non altro, spero mi sia passata la smania di dire la mia e potrò dedicare il tempo che avrei sprecato in altri tentativi ad apprendere quanto altri, invece con cognizione di causa, hanno già espresso in materia prima di me o esprimeranno in futuro. Lo stesso augurio faccio a quanti non mi hanno ancora ritirato la loro attenzione e, forse, non avendo nient’altro da fare, per noia e per pigrizia, mi hanno seguito sin qui, curiosi di scoprire dove volessi andare a parare: abbandonate ogni velleità accademica e sentite altre campane. Ma, nell’attesa (che la cultura prenda possesso di quei territori della mente che le spettano di diritto), tanto vale che ognuno di noi chiuda la mano dominante (o, se vuol rendere l’esperienza più interessante, quella controlaterale) intorno alla propria anima e si spari una bella sega.